Geekonomist

13 gennaio, 2010

Fottuta democratizzazione digitale!

Gli vendono le reflex a meno di 500 €, e son tutti fotografi. Oggi come oggi poi, che tutti hanno un pc e un word processor, beh, son tutti scrittori, anche le veline e le mezze figure che la tv sforna in continuazione. Anche io, anche tu. La musica poi la fa anche mio nonno, e due rumori messi in croce ti fanno dj. Si, anche mio nonno è un dj. Non parliamo poi esplicitamente del web, perché avere un sito, un blog, un cazzo di profilo su facebook, scrivere su wikipedia, non costa nulla. Per fortuna. O forse purtroppo. E lo dico anche puntando il dito contro me stesso, che scrivo ste righe, e mi ostino a continuare a scrivere, quando invece forse dovrei stare zitto, come tanti altri (ma come nessuno fa).
Queste idee mi frullavano in testa da un pò, memore di non so quale articolo di Nicholas Carr (o forse ricordo male?), che ritengo un crudo, cinico e geniale spettatore e divulgatore della realtà, cui mi sento recentemente di assomigliare un pochino, di pensarla un pò come lui. Perché si, lui ha quasi sempre ragione. Ti fa sempre pensare, e non è mai banale. Lo è se non lo capisci, se ti opponi perché non ti piace sentir dire certe cose. Ma Carr ha quasi sempre ragione. E mentre in questi giorni pensavo a queste cose due sere fa incappo in Lanier, che dice lo stesso (qui il link al Wall Street Journal e qui il link al Sole 24 Ore). Due grandi come Carr e Lanier, che c’erano dentro fin dall’inizio in questo web (ben prima che fosse 2.0), che dicono lo stesso.
Hanno ragione: fottuta digitalizzazione, che hai democraticamente aperto le porte a tutti! A me che dico le mie cagate in sto blog, a Google che ci rende stupidi, a tutti gli altri che scrivono su wikipedia e in ogni dove… tutto è relativo, è vero tutto e il contrario di tutto. La mole di informazioni che si trova nel web, il bianco e anche il nero, le mie foto, i miei video, i vostri post: tutto va bene, tutti devono dire qualcosa, per quanto insignificante. E tutto di tutti va bene. Tutti si devono esprimere, ne hanno diritto. Bellezza, è la rete!
Navighi in un mare di inutilità, prima di trovare quel poco di utile che ti serviva. Le stronzate le trovi subito però eh, ma le cose veramente utili son ben sepolte, e Google non aiuta. Un amico una volta mi parlò di “conoscenza sprecata”. Si, avevi ragione Marco, conoscenza sprecata. Per dirla alla Palahniuk, conoscenza sprecata non è la parola giusta, ma è la prima che viene in mente. E pensando alla democratizzazione digitale, a quanto ha comportato, non posso che pensare che si tratti di conoscenza sprecata. Credo che il valore delle conoscenze che condividiamo nel web 2.0 sia personale, e che tale valore abbia importanza più per l’autore stesso, che per il resto della rete. Le mie foto, la mia “musica”, i miei scritti sono importanti per me, e li promuovo sfruttando la potenza della rete, e tutti i mezzi che il web 2.0 mi mette a disposizione. Tutti facciamo così, in quell’orgia collettiva che passiamo sotto il nome di condivisione. Ipocriti! Si, siamo tutti ipocriti! Non è beneficenza: è superbia, egocentrismo, vanità e narcisismo. Scrivo, faccio foto, commento, compongo suoni, voto e quant’altro perché sono IO, non perché sono buono o generoso. E la nostra vanità ha già inondato la rete di contenuti senza senso, o al massimo con quel poco di valore che non ci rende di certo migliori ai nostri genitori, passivi davanti ad un televisore.
Bellezza, è la rete!

7 gennaio, 2010

Now Playing #1: Recensione “In This Light and on This Evening” degli Editors

Mi cimento nella recensione di un album per la prima volta, anche in virtù del fatto che in questi ultimi mesi ho respirato abbastanza l’aria dell’ambiente musicale :) . Sono tornati con un nuovo e inconsueto album gli Editors, band che ho iniziato ad apprezzare con “An End Has A Start” e poi con “The Back Room” (si, ho ascoltato prima il secondo, poi il primo album). Se non fosse per la voce di Tom Smith sarebbe a dir poco difficile capire che chi sta dietro a chitarre, basso e batteria (e synth) siano proprio le stesse persone dei primi due album. Ad un primo ascolto televisivo abbastanza distratto del primo singolo “Papillon” ho capito che qualcosa era radicalmente stato rivisto, e che i quattro di Birmingham avevano dato una svolta interessante alla loro musica. Ma di certo non credevo di trovarmi davanti a cotanto cambiamento. In questi ultimi due giorni ci ho dato dentro con l’iPod, fisso su di loro. E le sorprese non sono mancate. La svolta elettronica giunge abbastanza inattesa, ma la trovo anche un rassicurante stimolo di impegno, coraggio nella sperimentazione e voglia di continuare un lavoro appena iniziato. Non nego che gli Editors nelle loro prime due incarnazioni mi siano piaciuti molto, ma non posso neanche negare che l’Indie dopo un pò mi stanca e lo trovo un filo ripetitivo (vedi White Lies). L’uso di synth quindi giunge gradito, inatteso ma apprezzato. Andando avanti con l’ascolto di “In This Light and on This Evening” ci si cala in atmosfere a volte cupe, in spazi di luce e ombre, forse è questo l’unico filo conduttore con i precedenti Editors. Per il resto la musica è troppo diversa per essere paragonata a quella dei primi album, ma ribadisco è sempre piacevole. Alcuni picchi di eccellenza secondo me: oltre al primo singolo “Papillon” anche il brano che dà il titolo all’intero album e il mio preferito “Eat Raw Meat = Blood Drool” (l’altra perla è “Bricks and Mortar”). iPod alla mano ecco la mia personale classifica di gradimento:

  1. In This Light and On This Evening     
  2. Bricks and Mortar    
  3. Papillon    
  4. You Don’t Know Love    
  5. The Big Exit    
  6. The Boxer    
  7. Like Treasure    
  8. Eat Raw Meat = Blood Drool    
  9. Walk the Fleet Road    

Voto all’album:    

Album che reputo positivo, interessante per molti aspetti, ma temo che a distanza di tempo lo ricorderò solo per alcuni brani: non ce ne sono di pessimi, sia chiaro, ma alcuni sono troppo “lenti” mentre un pò più di verve e qualche chitarra in più mi avrebbe fatto più felice. Entusiasta comunque per l’uso dell’elettronica, che ripeto non mi sarei mai aspettato da loro.

Ditemi la vostra, nei commenti e nel sondaggio sotto ;)

17 novembre, 2009

Mozilla Firefox fa schifo!

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Premessa: non sono un classico rompicXXXo, che si diverte a spalare mXXXa tanto perché non ha di meglio da fare. Non sono nemmeno uno sviluppatore software, o uno che di linguaggi di programmazione ne mastica a manetta. Così come non ho mai lavorato in Mozilla, anche se per molto tempo questo è stato un sogno. Invece sono (lo si capisce credo in questo blog) un geek, mi interesso di sviluppo software, anche se appunto ahimè non lo faccio. Sono un amante della tecnologia, del web, dell’open source e in generale dei progetti avvincenti, delle sfide. Sono stato (credo di poterlo dire) un “early adopter” di Firefox, precisamente dalla sua primissima versione, la 0.8… lo adoravo, per tutto quello che era e che rappresentava. Per il suo essere il miglior browser, per essere un progetto eccezionale, per essere deliberatamente open, per essere lì per cambiare il web e il mondo. Anni d’amore e poi? E poi ti accorgi che versione dopo versione, alla ricerca di superare tutti, di includere feature immaginifiche, di essere il più in tutto, il più di tutti, lo hanno portato ad essere una balena stanca. Quello che fa specie vedere è che Firefox è, ora che scrivo, in rapida ascesa: lo è da tanto tempo, certo, ma oggi si è assestato su posizioni di assoluto rilievo, con IE che è un malato di lunga degenza, stabile ma cronico (perde quota poco alla volta); con Safari relegato ad essere pur sempre di nicchia; con Chrome nel ruolo del giovane di belle speranze ma che,in quanto tale, deve ancora farne di strada. Geek e appassionati vari come me con cui parlo (chiacchere da bar, ma con qualche pretesa di fondamento) hanno la mia stessa identica impressione: Mozilla Firefox, oggi, fa veramente schifo. In Windows e Mac, ambienti in cui lavoro, lo apri e ci mette un mezzo minuto buono a caricare. Non va meglio ai miei compagni del bar, che anche se superdotati (di pc, s’intende) fanno tempo ad annoiarsi prima di poter iniziare a navigare. Mi fa schifo aprire il task manager e vedere quanta memoria, sto benedetto browser, si succhia (e son stati fatti passi da gigante in ste ultime versioni, eh). Così come mi fa veramente incazzare sto cXXXo di Gecko, motore di rendering del browser incriminato, che è pessimo (ma possibile che webkit gli dia il pago sempre???). Non è che i decaloghi e gli elenchi puntati mi piacciano molto, ma un browser, oggi come oggi, per definirsi tale dovrebbe essere dotato delle seguenti caratteristiche:

  • velocità (in tutti i sensi: dall’avvio, all’esecuzione di javascript)
  • aver un eccellente motore di rendering, per renderizzare bene le pagine web (tutte! mission NON impossible)
  • funzionalità (intesa come utilizzabilità, non assillamento dell’utente medio per navigare in pace, no complicazioni inutili x il 99,9% degli utenti, no crash NO!!!)

Le caratteristiche sopra esposte non sono in ordine di importanza, devono bensì essere necessariamente presenti tutte!

Non considero neanche il discorso sicurezza, così come il rispetto degli standard web, che sono prerequisiti, senza i quali non si potrebbe nemmeno parlare di browser moderno. Beh le più recenti incarnazioni di Firefox riescono a mancare in tutti e 3 i punti. In compenso gran lavoro è stato fatto per Places, funzione credo pesantina (visto lo sviluppo lunghissimo, da FF pre 2 a FF 3) ma (non credo di cannare) funzione sconosciuta/inutile ai più (un semplicissimo gestore dei preferiti no?). Poi è divertente, seguendo lo sviluppo, vedere che si stanno affannando per introdurre il supporto alla rotazione delle pagine nei pc dotati di accelerometro. O per implementare il supporto ai touch screen (queste ultime sono le due migliori feature che verranno introdotte rispettivamente in FF 3.6 e 3.7). Ci si aspetta un’ulteriore appesantimento del software ma, come potete capire, ne vale proprio la pena. O no???

Ma dico: ma perché fate ste cose??? a chi servono ste robe? per primeggiare e vantarsi con quelli di Google, o Apple, o Microsoft, o Opera? per fare a gara con loro? gli UTENTI, gli utenti ve li siete dimenticati??? fate un prodotto che è l’ombra di se stesso, che ha mancato le promesse (leggero? ma dove?). Volete l’impressione di sto strXXXo che scrive? oggi, grazie al lavoro eccellente di anni e anni, vi state godendo la posizione. Ancora per un pò sarete un fenomeno. Incrementerete ancora un pò la quota di mercato. Ma gli early adopter, quelli che segnano e anticipano i trend delle masse, beh quelli li avete già persi.

10 giugno, 2009

Vittoria pirata alle Europee!

Il nuovo avanza, inesorabile. Come commentare se no il successo (da parte mia abbastanza inaspettato, dato che i numeri sono clamorosi) del Partito Pirata svedese alle recenti elezioni europee? Già, i soliti (…) media tradizionali mi sembra che (al solito) abbiano fatto passare la notizia in secondo se non in terzo piano, ma il 7,1% dei consensi in Svezia sono un risultato che dimostra come in quel paese le idee dei Pirati siano sempre più radicate, e che l’elettorato pirata si faccia sempre più sentire. Le prime elezioni a cui il Piratpartiet partecipò non furono un successo, lo 0,69% ottenuto alle politiche del 2006 non si può dire di certo un bel risultato, considerato che in quel frangente c’era stata pure la spinta dovuta al raid della polizia contro The Pirate Bay, avvenuto poco tempo prima. Ma Rickard Falkvinge, leader e fondatore di Piratpartiet, non si era lasciato impressionare negativamente, racconta Luca Neri nel suo “La Baia dei Pirati: assalto al copyright”. E Rick a quanto pare aveva ragione: Neri, che con il moderno barbarossa ci ha parlato di persona, racconta come quelli del partito pirata fossero molto convinti già all’epoca che le loro idee e il loro partito avrebbero avuto successo, e che bisognasse solo andare avanti e mantenere la rotta, senza farsi influenzare dagli eventi. La formazione politica era ancora molto giovane, alle prime esperienze e anche se la Svezia era ed è l’avanguardia europea nel campo (come non lo potrebbe essere visto che Tpb è svedese???) non si può partire ed ottenere subito risultati clamorosi. Tempo al tempo quindi. Ma sinceramente non credevo ne bastasse così poco. Voglio dire, il 7,1% dei voti è tanto, tanto anche perché il Piratpartiet porta avanti idee solo sul copyright, sui brevetti e sul rispetto per il diritto alla privacy: quindi non è il classico partito a tutto tondo, che punta a governare un paese e che ha idee e una vision su tutti i campi. Il partito pirata è nato per e fa solo quello: lotta al copyright e dintorni. Se il 7 e rotti percento degli svedesi (giovani) ha dato il proprio voto a questa formazione il dato non solo è notevole per quanto detto, ma anche perché l’elettorato come profetizzato si sta espandendo (i nativi digitali al voto, che con il file sharing e il p2p ci sguazzano, sono sempre di più ogni anno che passa) e sta conquistando fette sempre maggiori in un paese come la Svezia attento a queste questioni e alla propria indipendenza democratica. Recentemente la sentenza di condanna per i gestori di Tpb sembrava aver dato una piccola spallata ai fautori del p2p, ma i dubbi sulla bontà della sentenza stessa hanno subito messo in dubbio la vittoria delle major (vittoria peraltro di facciata, Tpb è sempre stato lì, al suo posto e a quanto pare sempre lo sarà). Il giudice che ha emesso la sentenza forse ha legami con l’Associazione Svedese per il Copyright, così potrebbe accadere che il processo ai tre di Tpb sia da rifare. Ma intanto gli Svedesi si sono espressi su come la pensano a riguardo, e quello che hanno detto è che vogliono fortemente una persona al Parlamento Europeo che li rappresenti portando avanti la causa dei Pirati.

2 giugno, 2009

The book I’m reading #1: La baia dei pirati

La baia dei pirati - Luca Neri

La baia dei pirati - Luca Neri - Cooper Editore

L’argomento è tutto tranne che nuovo. Ma con questo libro Luca Neri, esperto della materia e giornalista appassionato, ci propone un punto di vista decisamente interessante: sulla violazione del copyright se n’è scritto a valanghe, ma “La baia dei pirati” ci offre il punto di vista e racconta la storia di loro, gli innominabili (loro invece ci tengono ad essere non solo nominati, ma anche proprio chiamati per nome e cognome: rifuggono l’anonimato!) pirati di The Pirate Bay. Nel libro troviamo lo spaccato di storie di gente comune, ragazzi e ragazzotti svedesi che hanno da dire molto circa la violazione sistematica del diritto d’autore: c’è un’ideologia dietro quello che fanno, non sono “scaricatori di porto”, che sfacchinano con il torrente o con il mulo tanto per, senza nemmeno pensarci. No no, la loro è una filosofia di vita. E se leggerete questo libro capirete pure che in Svezia, sede della Baia, la pensano in molti così. Ci hanno fatto pure il partito pirata quelli. Neri è bravo a mio avviso a non concentrare tutto lo scritto sulla spiegazione filosofoca del perché del download illegale, delle ragioni di chi lo fa, ecc, ma riesce a dare un taglio umano a questi temibili briganti che si fanno beffe di major di tutti i tipi, dei loro avvocati e delle sentenze di condanna che piovono loro addosso. Loro, i pirati dico, non sono ragazzini annoiati davanti al pc, che anziché spendere i loro soldi in cd preferiscono l’ebrezza dell’illecito. E nel libro capirete che la Baia è molto più che un modo per fare soldi (pochi peraltro, e se si prendono in considerazione i rischi che si corrono…), e che non è nemmeno un gioco. La Baia è lì perché è maturo il tempo per un sito del genere di stare lì, costantemente sulla rete, a rendere un servizio allo scaricatore incallito e per ricordare che esiste un diritto (secondo alcuni) allo scaricamento. Per ricordare che il diritto d’autore e il copyright una volta, neanche troppo tempo fa, non esistevano. E che un domani potrebbero ricadere nell’oblio.

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