In cerca di un iPad 1 in offerta, dato che in questo periodo (maggio 2011) sono numerose le catene di elettronica che svendono il modello della prima serie, mi sono imbattuto nell’offerta di Amazon.it praticamente per caso. Era il 16 maggio scorso, e avevo trovato finalmente la mia offerta, o meglio ero finalmente arrivato in tempo anch’io per partecipare all’orgia: iPad 1 versione solo wi-fi, da 32 gb, prezzo 299 €. Unico neo: al momento l’articolo non in magazzino, ma ordinandolo sarei stato ricontattato al più presto con la data di arrivo, di spedizione e di consegna previste. Procedo quindi con l’ordine, ansioso di avere news sulla data di consegna e sperando che tutto andasse a buon fine. E infatti non passano tre giorni che una mail mi informa che il mio iPad sarebbe arrivato fra le mie mani nel giro di un mese, data di consegna prevista fra il 20 e il 23 giugno. Poco male dico, l’importante è che arrivi, amen se ci mette un mese. Passano altri 3 giorni e un’altra mail, dai toni tristi e rammaricati, mi informa che nonostante l’ordine già fatto il prodotto non è più a magazzino e non è possibile recuperarlo: Amazon si scusa ma purtroppo non è possibile farci nulla. Il giorno seguente addirittura mi chiamano per scusarsi, e un ligio operatore mi tiene al telefono per ben dieci minuti continuando a chiedere scusa e sforzandosi di spiegarmi che con 25 mila prodotti a catalogo qualche volta può succedere che le cose non vadano come si vuole, soprattutto se non hai più l’articolo in nessuno dei tuoi numerosi magazzini sparsi in giro e se il fornitore non ti rifornisce più il prodotto. Gli dico che non importa e che non me l’ero presa, capivo benissimo i loro problemi.
L’incredibile però avviene tre giorni più tardi, per l’esattezza un lunedì sera, ore 22.41: altra mail di Amazon, cosa che mi comincia quasi a dare fastidio, anche perché mi aspettavo altre scuse e altre richieste di accertamento sul mio grado di insoddisfazione nei confronti della società dato il disservizio. E invece non riesco a credere ai miei occhi, devo leggere la mail cinque volte per realizzare quello che c’era scritto, passando dall’incredulità alla convinzione di essere vittima di un caso di phishing (dato un link contenuto nella mail), per capire solo con il passare dei minuti che era tutto stranamente vero: c’era stato un’errore di un operatore che incautamente aveva cancellato il mio ordine. Quindi erano pronti a scusarsi e a ridarmi il mal tolto, non prima di avermi pure rimborsato per il disturbo: in soldoni con i miei 299 € avrei avuto al posto dell’iPad 1 wi-fi 32 gb un iPad 1 wi-fi + 3G 64 gb, ovvero il top di gamma (allora venduto ad un prezzo di 649 €, con un buono a mio favore di ben 350 €). Barcollante ho esitato, scettico, che arrivasse il device, o che ci fosse un’errata corrige, insomma stentavo a credere alla notizia. E chi se ne frega se, vera la comunicazione, avrei dovuto aspettare un mese; se tutto fosse andato per il verso giusto avrei fatto sacrifici umani in onore di Amazon.
Due giorni più tardi altra mail: “Azz” mi son detto, ecco che si correggono. Mi aspettavo che mi dicessero “ci sei cascato eh?!?” e invece miracolo numero 2, data di consegna prevista 2 giugno, cioè di li a pochi giorni.
Non ve lo dico neanche a questo punto che il venerato oggetto mi è stato consegnato con ulteriore anticipo, per esattezza il 31 maggio. Così come non vi dico neanche che mi sono macchiato di omicidio nel nome di Amazon. Lo avrete già capito da voi.
E-commerce experience #2: Amazon.it
Posted: 24 agosto, 2011 in Apple, e-commerceEtichette: amazon, amazon.it, buoni sconto Amazon, buono promozionale Amazon, iPad
Firefox 4: troppo fumo
Posted: 16 aprile, 2011 in browser, software, via TwitterEtichette: firefox 4, firefox 4 fa schifo, firefox 4 fumo
Un'altra testimonianza di rilievo sul (ahimè) pessimo trend di Mozilla e di Firefox http://bit.ly/f0O6PM—
Geekonomist (@wp_geekonomist) April 16, 2011
Antieconomico
Posted: 18 dicembre, 2010 in economiaEtichette: amazon, amazon.it, centro commerciale, centro storico, economia, federico rampini, freemium, lifestyle center, occidente estremo
A pagina 174 del suo ultimo libro,”Occidente Estremo”, Federico Rampini scrive: “…forse anche i consumatori del Vecchio continente volteranno le spalle ai maxicentri commerciali di periferia, alle insegne tutte uguali, alle catene degli outlet e dei discount. Magari senza accorgersi che i Lifestyle Center sono sempre esistiti. Ogni città italiana ne ha uno. Ha anche un bel nome nella nostra lingua. Si chiama centro storico”.
Rampini con queste parole conclude un capitolo in cui spiega la controtendenza che anima numerose città e cittadini americani nel periodo post crisi: nuovi stili di vita e nuove esigenze hanno riportato all’essenza del vivere, non c’è dubbio. Hanno semplificato se vogliamo i consumi, e hanno determinato la ricerca di esperienze (incluse quelle di consumo) più vere e meno artificiali. Di certo il fenomeno citato non è che una tendenza, e non di certo la sola che sopravvive in un paese (gli Usa) che hanno affrontato e oggi convivono con la crisi e il cambiamento più radicale della loro storia: lo spostamento del centro dell’universo, ovvero il fenomeno che li sta spingendo a diventare periferia del mondo in favore di una Cina (e altri paesi emergenti) che hanno approfittato della defaillance americana facendo al contempo leva sulla loro potenza economica sconfinata.
Ad ogni modo non è di questi fenomeni macroeconomici ultra noti che voglio parlare. Come da apertura, il fenomeno che mi interessa è il ritorno alle origini o, per noi italiani una volta tanto, la conferma di un modello storico di abitudini che aveva e mantiene ancora un senso. Se gli americani devono per forza usare termini di impatto e (come tipico nella loro cultura) amplificare anche la più semplice delle cose, noi italiani possiamo fregiarci di un termine a mio avviso anche più cool e che riunisce in se bellezza, cultura e storia. Centro storico, concordo con Rampini, è proprio un bel termine, ed è anche vero che ogni città italiana ne ha uno. Non dobbiamo costruirne di nuovi (L’aquila a parte -.-’ ) e non dobbiamo inventarci un bel niente. Sono belli che pronti, lì dove li abbiamo lasciati. Già, dove li abbiamo lasciati, perché è vero che anche da noi oramai da un decennio i grandi centri commerciali di periferia hanno fatto man bassa, mettendo in serio pericolo e talvolta riuscendo a mettere in crisi quel sistema consolidato di piccole e piccolissime attività, spesso a gestione familiare, che popolano i cuori pulsanti delle nostre città, i veri social network della vita di un centro.
Ora, con queste premesse, ben si capisce che la tendenza verso la periferia è un fenomeno radicato anche da noi, e che la sfida ai centri storici è una battaglia che gli stessi non possono permettersi di perdere, pena una depauperizzazione delle nostre stesse esistenze. Ho letto molte volte sui giornali, come tutti credo, delle paure dei commercianti del centro città, le loro proteste per le aperture domenicali smodate dei centri commerciali di periferia, la sistematica ricerca da parte dei megastore della sottrazione di persone dai centri storici: i colossi che stanno in periferia hanno bisogno costante di un bacino di utenza nell’ordine delle centinaia di miglia di consumatori per andare avanti.
Al di là ora di tutte le considerazioni di natura economica ed etica nei confronti di questo modello di business, che mi limito a definire inumano, superficiale e incapace di generare senso (si, di senso nelle nostre esistenze e nelle nostre azioni c’è ne bisogno, anche se spesso non lo sappiamo o lo dimentichiamo), mi preme mettere nero su bianco quello che possiamo fare, e che faccio già io stesso (che di certo non sono un esempio) ma che mi rendo conto mi dà una soddisfazione inconsueta. Un breve excursus prima: qualche settimana fa ha aperto anche in Italia Amazon, con mio sommo piacere, lo ammetto. I libri che ricerco e che voglio prendere sono venduti al 30% in meno del prezzo di copertina, e questo è una manna. Quello che però con un pò di incoscienza mi sono ritrovato a fare circa due domeniche fa è stato di prendere e andare in centro, in una piccola libreria, dove peraltro non ero mai stato. Morale della favola: il libro di Rampini l’ho pagato 5,40 € in più di Amazon, con mia somma soddisfazione. L’atmosfera di quel piccolo posto pieno zeppo di libri, la cortesia di quell’uomo con cui ho scambiato due parole, l’atmosfera del centro città, pieno e vissuto, che ho trovato appena fuori dalla porta del negozio mi ha fatto pensare che 5,40 € siano un prezzo giusto per un’esperienza appagante, per finanziare coloro che ti permettono di viverla, per il senso che l’insieme di un centro storico ti regala. Perché senza essere troppo fondamentalisti e ciechi quello che pensi è che quei soldi in più non sono una fregatura, ma un tuo contributo per mandare avanti un sistema di cui anche tu hai sempre fruito, spesso a gratis. In sostanza è il modello del Freemium se andiamo a ben vedere: godiamo della passeggiata in centro, ci riempiamo gli occhi delle luci e degli articoli dei suoi negozi, viviamo la nostra vita sociale perché ci troviamo un sacco di gente che conosciamo e che spesso o non incontriamo o non avremo mai modo di vedere, e tutto questo lo possiamo fare gratis, senza che ci venga chiesto un Euro. Quando invece acquistiamo qualcosa in centro un sovrapprezzo può anche esserci, è il nostro contributo, o meglio il ripagare tutto il sistema di prima. Ma vi confermo che a me dà piacere. Si, può essere antieconomico a volte acquistare nel negozietto in centro, piuttosto che al megacentro commerciale piuttosto che al megastore online. Ma è una sorta di moderno mecenatismo, peraltro interessato, vista l’esigenza di conservare i negozi del centro storico.
E non nascondo che anche il piacere di sfidare apertamente l’economia e il business così come ce li hanno insegnati, le abitudini d’acquisto come ce le hanno imposte, è appagante tanto quanto il finanziare il negozio sotto casa.
La scelta antieconomica può essere una scelta razionale.