Ma quanto vale l’Open Source!

Qualche mese fa Sun Microsystems, colosso Californiano della Silicon Valley, acquisiva MySQL per un miliardo di Dollari. MySQL AB è una società svedese che sviluppa un database server, utilizzato moltissimo, in particolare nella piattaforma Lamp (Linux, Apache, MySQL, Php). Non ci sarebbe nulla di strano, di acquisizioni importanti nel campo dell’ICT quanto a capitali ingenti investiti ce ne sono state parecchie negli ultimi anni. Ma il bello è che MySQL è Open Source, e redistribuito perciò gratuitamente agli utenti e a tutti coloro che ne fanno uso. I quesiti circa la valutazione di un Miliardo di Dollari di un prodotto che viene in un certo senso “regalato” sono stati molti, e fondamentalmente solo il tempo saprà dirci se Sun ha valutato bene o meno. Rimane il fatto che un player importante come Sun, da sempre attivo nel settore e quindi molto esperto, ha ritenuto una buona cosa fare un acquisto del genere, perché ritiene evidentemente che quei soldi il codice che c’è dietro MySQL li valga tutti. Senza stare ad enunciare i punti di forza di un progetto a codice aperto basti dire che è proprio la comunità che si forma ad essere una risorsa inestimabile, ed attirare sviluppatori oggi come oggi non è un fatto così scontato. La natura aperta del progetto opera in questo senso, ed è forse l’elemento di maggior valore fra tutti quelli che un progetto Open può offrire: le risorse umane, il know-how diffuso nella comunità, immanente negli sviluppatori; una conoscenza libera di “migrare”, spostarsi ovunque, presso chiunque; re-inventandosi, migliorandosi, libera di aggiornarsi e di introdurre novità, capace di cogliere lo sforzo creativo dei singoli. In un ambiente democratico, aperto a chi vuole capire, iniziare, sperimentare, portare il suo bagaglio di conoscenza e di esperienza. Portando la sua unicità creativa, le sue intuizioni, il suo modo di essere. Si, credo che tutto questo sia il valore più grande dell’Open Source, un qualcosa impagabile e per molti versi difficile se non impossibile da stimare monetariamente. Gli analisti credono che la mossa di Sun sia quindi giusta. E ad ogni modo non stupisce nemmeno tanto. Certo, quando si parla di Miliardi comunque ci fa sempre un pò di impressione, ma i tempi sono di certo maturi, e lo sono da un pezzo (l’Open Source è da tempo che vale molti soldi, non lo dimentico), anche per pagare tutti quei soldi per un prodotto free in quanto libero e in quanto gratuito.
In quest’ottica si spiega la mossa di qualche giorno orsono di Nokia, che andando a rilevare completamente il pacchetto azionario di Symbian (il sistema operativo dei suoi smartphone) per 264 Milioni di €, ha deciso di trasformare il prodotto da Closed ad Open Source. Michele Costabile su PcProfessionale.it riporta uno studio di Om Malik, che rileva essenzialmente come siano due i fenomeni rilevanti a questo proposito: la natura standardizzata dei cellulari di oggi (cloni di iPhone se ne vedono sempre più, e gli smartphone più evoluti di ogni produttore non si discostano poi molto gli uni dagli altri per potenzialità, future e dotazioni) e il peso rilevante del software di questi gadget, unico probabilmente vero elemento distintivo del prodotto. Costabile giunge quindi alla conclusione, che condivido appieno, che la mossa di Nokia sia molto lungimirante, anzi essenziale se vuole contrastare in maniera adeguata Apple e il suo iPhone, capaci di aver inventato un qualcosa di nuovo, mai visto, e capace di rispondere a dei bisogni latenti degli utenti, forse troppe volte visti con sufficienza dagli operatori del settore come Nokia stessa (l’esperienza web su un N95 non è la stessa che si vive con Safari sull’iPhone direi, così come sfogliare le gallerie fotografiche, la musica, ecc… e poi il “touch” è un’esperienza unica di per sé, nemmeno lontanamente paragonabile al “fastidio” di usare un tasto: ma per Nokia il suo sistema è sufficiente? l’utente dovrebbe accontentarsi? spero per loro che non pensino questo). Symbian a codice aperto per Nokia significherà portare molti sviluppatori ad accostarsi a questo sistema operativo, il che dovrebbe tradursi in innovazione, usabilità e nuove funzionalità che serviranno per vincere la concorrenza non solo di Apple, ma anche di altri temibili concorrenti quali Android di Google (anch’esso Open Source, e che aspettiamo di vedere al varco quando sarà disponibile il primo smartphone con questo sistema a bordo), Rim, Microsoft, Linux.
Insomma Nokia ha deciso di investire, come è giusto, sulla conoscenza più che sul hardware: conoscenza libera e liberamente disponibile, evitando un sistema chiuso che potrebbe essere troppo limitante, o quanto meno troppo limitato sul fronte della rapidità dell’innovazione introdotta. Symbian ha già una posizione di rilievo nel mercato, parte già da una posizione invidiabile: ma la concorrenza è aspra, potrebbe buttarti fuori nel giro di poco tempo. Da “Open” ora forse Symbian potrà competere ad armi pari, o forse anche avere qualche vantaggio in più rispetto ad altri. Sta comunque a Nokia e ai suoi partner gestire adeguatamente il progetto e la comunità che ci sta dietro. Non è che perché sei “Open” che necessariamente le cose ti vadano meglio o siano più facili. Ma le potenzialità si, secondo me sono decisamente superiori.

L’importanza di una password

Come è ben noto le password che usiamo quotidianamente sono fondamentali, vitali in alcuni casi (pensate a quelle del conto online) ma troppo spesso attribuiamo loro scarsa importanza, anzi direi che non badiamo alla loro sicurezza per pigrizia e per ragioni pratiche. Ci riduciamo ad usare le stesse due o tre password per tutte le registrazioni che facciamo ai siti web, non le cambiamo perché non ne abbiamo voglia, o comunque perché come si fa a ricordarsi di password diverse per ogni servizio web che sottoscriviamo? E poi, non negate, quante password avete che sono la data di nascita, il nome del figlio, o qualsiasi altra combinazione banale di attributi che vi riguardano (e considerate che nel caso della data di nascita, ad esempio, é un attimo risalirci, basta che l’abbiate scritto in qualche social network, vedi Facebook, e chiunque, mal intenzionato, potrebbe cercare di violare un vostro account). Personalmente da tempo ho deciso di affrontare il problema iniziando ad usare un password manager, nel mio caso KeePass Password Safe e KeePass X (quest’ultimo è la versione per Mac OS X e per Linux, visto che uso anche Mac e Ubuntu). Sinceramente è stato il discorso di memorizzazione delle password e degli account quello che più di altre ragioni mi ha spinto ad usare questo software, quasi più che il discorso sicurezza, ma rimane il fatto che il punto fondamentale di questo ottimo programma sono la generazione di password robuste. KeePass è anzitutto, è bene precisarlo, un software Open Source: questo garantisce uno sviluppo stabile, veloce e la qualità stessa del prodotto; significativo che sia disponibile per moltissime piattaforme per chi, come il sottoscritto, usa Windows, Mac, Linux e non può essere schiavo di prodotti differenti, che non “dialogano” fra loro (pensate se dovessimo avere un database di password diverso per ogni computer o s.o. , sarebbe totalmente ingestibile). Veniamo alla descrizione dettagliata del software: KeePass al primo avvio chiede di creare una password principale (mi raccomando, visto che è la chiave di accesso a tutte le altre password che sia bella robusta!) con la quale si accede al database delle password che andrete poi ad inserire, e inoltre vi viene chiesto di creare (facoltativo ma fortemente consigliato) un file “chiave”, che funge da vera e propria cassaforte al vostro database. Potete mettere questa chiave ben nascosta in sottocartelle del vostro disco rigido, o meglio ancora se il computer non è il vostro tenerla in una pen drive Usb (KeePass tra l’altro è disponibile anche in versione Portable, cioè potete installarlo nella stessa penna Usb!) che collegherete al computer quando vi servirà aprire KeePass. Come potete capire già qui c’è n’è abbastanza per tenere alla larga i curiosoni :P … ma pregio di grande rilievo di questo software è la generazione vera e propria di password altamente sicure: vengono usati diversi algoritmi (Aes è usato di default, che è una bomba e TwoFish è anch’esso comunque molto sicuro). Pensate: il nome del mio gatto come password, Leino, anziché un qualcosa di incompresibile/impronunciabile/irricordabile del tipo KJSnsaj’ewnf_fDFabDSA&$4£ !!!!! Il bello è che ci vuole un sacco di tempo per scovare una password come la precedente, anche con programmi ad hoc per scovare le password, pochi secondi per arrivare a trovare date di nascita, nomi propri ecc. L’altro grande vantaggio di KeePass sono poi la memorizzazione delle parole segrete in “schede” apposite, una per ogni password: potete inserire molti dati relativi a quella password, tipo l’account a cui appartiene (cioè il sito che “apre”), l’indirizzo web del sito, eventuali commenti che volete aggiungere, il tempo di validità della parola (decorso il termine KeePass stesso vi proporrà di rinnovarla), o anche eventuali file allegati. Per generare una nuova password basta cliccare sull’icona della chiave con un segno verde di fianco, in alto nella barra del menù: si apre la scheda della password, e se cliccate su “genera” apparirà la finestra della procedura di generazione della password, dalla quale impostare i numerosi parametri per la sicurezza (dal numero dei caratteri, al tipo di caretteri visto che si fa distinzione fra maiuscole e minuscole, numeri, caratteri speciali, segni di interpunzione, spazi, …). Più caratteri usate, come numero, e più caratteri strani usate (tipo segni speciali, spazi bianchi ecc) più la parola segreta sarà sicura. A questo proposito vi viene subito indicata la sicurezza della password, in termini di bit (128 bit sono già ottimi). Ultimo particolare: l’interfaccia grafica è molto organizzata, con una barra laterale sulla sinistra con tutte le cartelle in cui avete raccolto le vostra password: di cartelle ne potete fare di nuove, rinominare le esistenti, creare sottocartelle… insomma anche qui la personalizzazione e le funzionalità del software si modellano alle più svariate esigenze. Dettaglio tecnico: KeePass funziona con tutte (e dico tutte! da win 98 in poi) le versioni di Windows, Vista ovviamente incluso, sia a 32 che a 64 bit; con le versioni di Mac OS X Panther, Tiger e Leopard (dalla versione 0.3 per quest’ultimo) e con molte distro di Linux (personalmente l’ho provato con Ubuntu 8.04 e funziona correttamente).
Insomma per le funzioni e la sicurezza che offre KeePass dovrebbe essere un software immancabile in un computer, alla pari di un browser web: genera parole chiave sicure, le memorizza, le raccoglie in un database che potete esportare da un computer all’altro per la sincronizzazione fra vari dispositivi, è disponibile per tutti i sistemi operativi, e… è anche Open Source :D !!! Ma cosa volete di più? ;)

Sito di KeePass Password Safe / Screenshots / Download (per tutte le versioni, inclusa la Portable)

Sito di KeePass X / Screenshots / Download

Virtualizzazione gratuita con VirtualBox

Poco tempo fa vi ho parlato di virtualizzazione, citando in breve benefici e possibilità che questa “tecnica” offre a livello professionale e a tutti i geek che per necessità o per curiosità volessero un’unica postazione con più sistemi operativi. Oggi invece vi parlo di un caso pratico, che ho avuto il piacere di sperimentare: VirualBox, di Sun Microsystems (era di Innotek prima dell’acquisizione da parte di Sun). Procediamo con ordine: per prima cosa scarichiamo l’ultima release di VirtualBox, la 1.6 in questo momento, datata 30 Aprile 2008 e quindi molto recente. I miglioramenti di questa ultima release sono davvero importanti andando a spulciare il changelog, ed inoltre è la prima versione che porta in bella mostra il nome di Sun, nuovo proprietario del prodotto (e consapevoli dell’impegno di Sun nel mondo dell’open source confidiamo speranzosi in un futuro prospero per questo progetto :D ). Fra le cose che più mi hanno colpito, visto le mie esigenze, il pieno supporto a host Mac Os X, oltre ovviamente a svariate versioni di Windows, Linux e OpenSolaris. E infatti sto testando VirtualBox proprio in ambiente Os X, sul mio Mac Mini, con processore Intel, 1 Gb di ram e Hard Disk da 80 Gb. Ho deciso di togliermi lo sfizio e virtualizzare Windows, Xp nella fattispecie. Scaricato e installato il software di virtualizzazione non rimane altro che avviarlo: l’interfaccia grafica è davvero piacevole, completamente tradotta in italiano, semplice e senza fronzoli, aiuta tantissimo a non incasinarsi, a maggior ragione chi è alle prime sperimentazioni. Altra cosa notevole sono le procedure assistite, che intervengono più di qualche volta durante la creazione delle Macchine Virtuali (VM), e che semplificano molto la corretta configurazione delle impostazioni. Avviato quindi VirtualBox, dall’interfaccia scegliamo “Nuova” in alto a sinistra: si apre la procedura guidata attraverso la quale diamo dapprima un nome alla nostra VM, scegliamo il sistema operativo che vogliamo installare (c’è solo l’imbarazzo della scelta :P ); quindi siamo chiamati ad attribuire la quantità di ram al s.o. che stiamo per installare, nel mio caso con Windows Xp l’impostazione di default era 192 Mb, ma ho optato per 256 Mb nel dubbio. Passo successivo: scelta del Hard Disk (virtuale ovviamente). Qui facciamo click sul pulsante “Nuovo”, si aprirà un’altra procedura guidata che ci condurrà alla creazione del nostro disco rigido virtuale; come “Tipo di Immagine” scegliamo “Ad espansione dinamica”, in modo che il nostro disco virtuale ci sia, ma non occupi appena creato tutto lo spazio che gli allochiamo. Infatti allo step seguente dobbiamo scegliere accanto al nome del file immagine anche la dimensione di quest’ultimo, ovvero la capacità del nostro disco rigido virtuale: io ho impostato 5 Gb per il mio Windows Xp virtualizzato, ma con l’opzione “Ad espansione dinamica” attivata lo spazio fisico occupato realmente nel Hard Disk del mio sistema host, cioè del Mac, è solo lo spazio necessario per quello che ho installato in Xp fino a questo momento, con la possibilità di installare software fino ad un massimo di 5 Gb. Ora quello che rimane da fare è completare le procedure guidate cliccando due volte (complessivamente) sul pulsante “Termina”, e la macchina Virtuale è pronta all’uso. La troviamo nel pannello di sinistra in VirtualBox, con il nome che le abbiamo assegnato: appena creata è spenta, quindi per procedere con la vera e propria installazione del sistema operativo clicckiamo sul pulsante “Avvia”, quello con la freccia verde: prima di avviare però inseriamo il disco del s.o. nel lettore del computer, oppure se avete l’immagine del sistema sul disco rigido del sistema host basta collegare il file immagine al drive virtuale del sistema guest (“Impostazioni” -> sezione CD/DVD-Rom -> “monta lettore Cd/Dvd” -> selezionare “File immagine ISO” e quindi cercate l’ISO sul vostro Hard Disk). Ok? Ora avviate la VM, e l’installazione del vostro nuovo, scintillante, favoloso sistema operativo virtualizzato partirà come per magia :D . Se, come è successo a me, la procedura di installazione del s.o. guest vi chiede di formattare l’Hard disk fatelo pure, tanto è il drive virtuale che avete appena creato e quindi è vuoto, e formattate con il file system del sistema che avete scelto. Ultimo avvertimento: visto che quando avrete installato tutto e avrete virtualizzato il nuovo s.o. quest’ultimo si aprirà in VirtualBox in una finestra, con il sistema operativo host in background, è bene che sappiate che per controllare mouse e tastiera fra i due si passa dall’host al guest e viceversa premendo il tasto “Control” di destra, o per il Mac il tasto “Comand” di sinistra. Così potete comodamente switchcciare da un o.s. all’altro senza problemi ;) .
In definitiva provando un pò il mio nuovo Windows Xp virtualizzato qui sul Mac non posso che dirmi pienamente soddisfatto: Windows è pure veloce, sia ad avviarsi che nell’uso, e Os X non sembra affatto appesantito. Comincio ad apprezzare seriamente i vantaggi della virtualizzazione, anche perché è un secondo eliminare la VM quando non mi servirà più, così come è immediato installare altre VM con altri s.o., magari anche solo per divertirmi a provarli.
VirtualBox è veramente un ottimo software, e il fatto che sia così versatile è molto comodo: considerando che è pure gratis, direi che le sue pecche (io per ora non ne ho viste) sono veniali. Con Sun poi dietro questo progetto, la sicurezza che ci stiamo affidando ad un ottimo software, anche in previsione futura, è totale.