Dopo aver letto da diverse fonti e sopratutto dopo l’incoraggiamento di SilviaKittys (“La Tartaruga Tecnologica“) attraverso il suo ottimo post su Wubi (ovvero Windows based UBuntu Installer) ho deciso di provare finalmente il tanto osannato sistema operativo targato Canonical, Ubuntu Linux. Per chi non lo sapesse il S.O. di Canonical è da sempre votato ad un’attenzione particolare per gli switchers, cioè per quegli utenti che passano per la prima volta ad un nuovo sistema operativo (nella fattispecie Mark Shuttleworth, CEO di Canonical, se l’è presa davvero a cuore e volendo “esportare” quanti più utenti da Microsoft Windows a Linux, ha fatto [hanno fatto tutti in Canonical e nella community] l’impossibile per rendere molto “user friendly” il nuovo ambiente a chi è alle prime armi fuori dal mondo Microsoft). Operando in questa direzione Ubuntu da tempo implementa soluzioni adatte a chi non ha particolare dimestichezza con partizionamenti e roba varia, cose peraltro necessarie se si vuole fare lo “switch”, provare il S.O. del pinguino senza peraltro abbandonare Windows al quale siamo per forza di cose legati in molti casi (Office è solo un esempio). Wubi è uno strumento utilissimo e di facile utilizzo (coefficiente di difficoltà pari a -10, davvero anche una scimmia ce la farebbe senza problemi, parlo per esperienza diretta
): quello che dovete fare (e qui vi consiglio vivamente di leggere il post della Tartaruga e i link che ha messo in fondo al post, vi spiegheranno tutto) è solo scaricare Wubi (per la bellezza di 1,1 MB
) e l’immagine Iso di Ubuntu (699 MB,
per chi non avesse l’Adsl, problema che credo sia risolvibile ad ogni modo), mettere tutti e due i file nella stessa cartella, avviare Wubi e… aspettare seguendo le indicazioni. Andiamo a creare così un sistema dual boot senza nemmeno accorgercene. Quando tutto sarà finito all’accensione del pc ci verrà chiesto che sistema operativo scegliere (Win o Ubuntu), tutto qui
. Provando questa nuova configurazione del pc da un giorno non posso dirvi molto, solo che tutto è filato e fila liscio, unico neo le prestazioni di Linux non sono fantasmagoriche (data la particolare procedura di installazione, che porta a sfruttare il file system di Win e non quello “adeguato” di Ubuntu), ma insomma si sopravvive. Tips & Tricks: scaricate appena possibile aggiornamenti e driver del vostro hardware, infatti scaricando i driver per la mia scheda video ho abilitato immediatamente Compiz (click qui per vedere il video su Compiz), con mia grande soddisfazione
(semplicemente meraviglioso). Altro per ora non posso dire, sto smanettando per installare il Client VPN di Cisco che mi serve all’università
. Comunque provate, anche per il semplice fatto che se poi proprio non vi va di tenere Ubuntu, è semplicissimo disinstallarlo (lo si fa da Win, installazione applicazioni come se fosse un programma qualunque
).
Ubuntu: linux for human beings!
19 Maggio, 2008 a 11:57 pm (linux, open source, sistemi operativi, software)
Tags: compiz, installare ubuntu da windows, ubuntu, ubuntu in windows, wubi
Software libero non significa software gratis
13 Marzo, 2008 a 1:43 pm (linux, open source, sistemi operativi)
Tags: elive, licenze open source, linux
Sono un assiduo (abbonato) lettore di PcPro e non di rado le mie illuminazioni provengono da queste pagine, dove scopro non solo le più succulente novità ma traggo anche fondamentali tips e ottime conoscenze su componenti, periferiche ecc ecc. In un numero della rivista di qualche mese fa veniva presentata una distro Linux che ha attirato sin da subito la mia attenzione: Elive. Questa distro si distingue per la bellezza del desktop environment Enlightment e per la leggerezza che nonostante tutto caratterizza il sistema operativo (basta prendere visione dei requisiti minimi). Insomma una distro ottima per dare nuova (e bella) vita a pc vecchi o per divertirci con il sempre onnipresente (in sto periodo) eeePc di Asus (Elive al posto di eeeXubuntu magari
). Quello che mi ha spinto a scrivere questo post è però una lettera di “contestazione” scritta da un lettore di PcPro e comparsa nella rivista nel numero successivo a quello della presentazione di Elive. Il lettore infatti, scoperto che Elive riserva una sgradita sorpresa in fase di download (ovvero la richiesta di una donazione obbligatoria di almeno 5 Dollari), si dice convinto che quella messa in campo dagli sviluppatori della distribuzione in questione non sia una pratica corretta, nel senso che non gli sembra giusto che per avere una versione di Linux gli tocchi sborsare anche soldi, per giunta a scatola chiusa visto che il pagamento è richiesto appunto prima del download e della prova concreta del sistema operativo. Credo personalmente che il lettore non abbia tutti i torti, dato che a nessuno piace pagare per qualcosa che tendenzialmente potrebbe avere gratis e che ad ogni modo non ha ancora provato (potrebbe essere na ciofeca, chi me lo garantisce che agli screenshot bellissimi corrisponda verità?). Ma la vera essenza della questione è forse di natura più “metafisica” ed esula dal caso concreto Elive per innalzarsi e coinvolgere l’intero “settore” dell’Open Source: ovvero, non scordiamoci che Free Software non significa software gratis, ma software libero. Ecco che la richiesta del pagamento da parte degli sviluppatori è innanzitutto più che legittima (e fin qui credo che nessuno abbia dubbi…). Ma cosa ancora più importante è che mi sembra una richiesta tutto sommato giusta: è vero che acquistiamo a scatola chiusa, ma è anche vero che Elive sembra offrire qualcosa di veramente buono, e che forse noi sostenitori dell’Open Source (e qui mi metto io in primis) siamo troppe volte sostenitori solo a parole (non che sia cosa di poco conto, nel mio piccolo ho evangelizzato diversi amici e conoscenti all’uso di Firefox e di OpenOffice
) ma ci scordiamo spesso che sviluppare software costa non solo tempo ma anche denaro, anche agli sviluppatori “liberi”. Le costrizioni non piacciono mai a nessuno, e internet stessa poi ci ha aperto gli occhi e ha fatto capire a tutti (chiedere alle major discografiche) quanto siamo disposti a fare pur di non pagare per avere qualcosa. Ma il caso di Elive mi ha fatto riflettere non poco. Dovremmo forse considerare di più chi fa un gran lavoro per il nostro piccolo programma Open Source preferito (io sono KeePass dipendente), e lo fa gratis, chiedendo sottovoce solo la nostra gratitudine e, magari, una minima donazione. Magari anche solo una volta sarebbe bello ricordare a quegli sviluppatori che, accanto alla loro passione, c’è anche chi li sostiene con qualche minimo premio (meritato, spesso). Basta anche solo l’acquisto di un gadget, di una maglietta o di un cappellino. Ma credo sarebbe bene ricordarsi che il tempo è denaro non solo per noi, ma anche per altri. E chi sviluppa software Open Source non vive (investendo gran parte del proprio tempo libero) nutrendosi solo della propria passione.




